Gli argenti dei Misteri

Pregevoli ornamenti in argento addobbano le statue dei Misteri durante la processione del Venerdì Santo e in occasione della “scinnuta”; hanno funzione di ornamento, ma nello stesso tempo al valore estetico associano un significato simbolico sottolineando anche il ruolo che il personaggio ha all'interno della scena.

Espressione di un ethos popolare, aureole, corone di spine, croci, armi e vari ornamenti in argento, se da un lato testimoniano la volontà di ciascuna categoria artigiana, o maestranza, di abbellire il “proprio” Mistero, dall’altro attestano, attraverso i simboli delle maestranze, applicati o incisi sull’argento - veliero per i naviganti,  forbici per i sarti,  rasoio e forbici per i barbieri – o attraverso le iscrizioni, la fede e la devozione di chi li ha donati, talvolta per ricordare anche  un evento lieto o un fatto luttuoso.

Ad eseguirli furono valenti argentieri trapanesi che rispondono, tra gli altri, ai nomi di Giuseppe Piazza, Vito o Vincenzo Parisi, Mariano o Michele Tumbarello, Ottavio Martinez, Giacomo Costadura, Giuseppe Caltagirone, le cui iniziali impresse sull’argento, assieme a quelle seguite dalla C dei consoli della Corporazione degli Orafi e Argentieri, che vidimarono le opere, consentono di seguire le fasi di un artigianato molto fiorente  nei  secoli XVII e XVIII che si prolunga nel XIX, anche dopo la soppressione della maestranza.

Dal 1614 e fino al 1826 tutte le opere in argento eseguite nella città di Trapani vennero marchiate con la cosiddetta “bulla” di garanzia della città: corona, falce e lettere DUI (Drepanum Urbs Invitissima).

Questo marchio, sia con la punta della falce rivolta a destra, sia a sinistra, e con la corona a cinque o a tre punte, viene usato per tutto il secolo XVII e solo verso la fine del XVIII viene modificato.

Nel 1630 alla bulla della città venne aggiunto un altro marchio: quello con le iniziali del console che garantiva la bontà della lega. Negli oggetti realizzati nel periodo compreso tra il 1631 e il 1671 i marchi sono quindi due: la bulla della città e le iniziali del console.

Fino al 1671 restano ignoti i nomi degli autori dei manufatti, tranne i pochi casi in cui i documenti d’archivio li tramandano; da questa data, con la presenza anche del marchio con le iniziali dell’argentiere, si possono attribuire le opere ai maestri. Per distinguere le sigle del console da quelle dell’argentiere, le prime vengono seguite dalla lettera C e successivamente anche dalla data. Ciò ci consente di datare moltissimi pezzi.

Dopo il 1826 con la soppressione delle corporazioni artigiane non sarà più possibile individuare la città di produzione e, dal 1832, la testina di Cerere con i numeri arabici del titolo dell’argento contrassegnerà indistintamente tutti i manufatti siciliani, accompagnata dai simboli della bottega e del saggiatore e dalle iniziali dell’argentiere.

I preziosi ornamenti destinati alle statue di Gesù, nei vari gruppi, associano al valore estetico il significato simbolico, essendo essi stessi simboli della Passione come la croce, la corona di spine, la colonna: a questi vanno ad aggiungersi altri simboli che identificano i personaggi, come il pugnale che trafigge il cuore di Maria Addolorata, il bacile per la lavanda dei piedi e quello con cui Pilato si laverà le mani, il guanto di Malco o la spada di Pietro.

Hanno funzione di ornamento, ma nello stesso tempo sottolineano il ruolo del personaggio, i fregi del vestito di Pilato, la corona e lo scettro di Erode, il turbante di Hanna, le armi, le corazze, gli elmi e i pennacchi dei tanti militari.

I manufatti più antichi sono la croce e il calice del gruppo Gesù nell'orto, eseguiti tra il 1612 e il 1631 quando la pro­duzione in argento veniva bollata con il solo marchio della città di Trapani: corona, falce e lettere DUI.

La croce, di pregevole fattura, è in lamina sbalzata e cesellata: la decorazione di gusto barocco consiste in una teoria di volute a C, varia­mente disposte lungo i quattro bracci, fra cui si inseriscono, in ma­niera sparsa, dei frutti.

Nel 1771, anno del consolato di Dionisio Porrata, la sigla della città è CUD Clarissima Urbs Drepanum, marchio che si ritrova sui tre fregi del vestito di Pilato e inoltre su pomolo e puntale del bastone, spada, guaina, bandoliera e alabarda del gruppo La sentenza; un turibolo della chiesa Madre di Erice, datato 1799, attesta che anche in quell’anno si marchiava con la sigla CUD.

Con IUD - Invictissima Urbs Drepanum – castello, corona regia, lettere invertite, sono bollati invece i pezzi realizzati nel 1790 (navetta della chiesa di S. Caterina, Mazara), 1791 (repositorio del santuario dell’Annunziata, Trapani), 1794 (bacile del gruppo La sentenza), 1795 (calice della chiesa del Soccorso, Trapani), 1809 (tabernacolo della chiesa di San Domenico, Trapani), 1814 (bandoliera del gruppo L’ascesa al Calvario), 1817 (lancia del gruppo Ecce Homo), 1818 (croce di collezione privata Trapani), 1819 (corona del tronetto della chiesa di San Michele, Mazara).

Nel 1796, sotto il consolato di Antonio Caraffa, l’alabarda, le manette, la catena, il pomolo e il puntale del bastone del gruppo La caduta al Cedron vengono invece marchiati con la sigla UDI Urbs Drepanum Invictissima, posta sotto una corona espansa.

Nel 1825, le lettere UD - Urbs Drepanum - sono abbinate ad una corona con cinque lunghe punte come nel pettorale e nella cintura del gruppo Gesù dinanzi ad Hanna e in un cucchiaio e un secchiello della chiesa Madre di Erice, tutti vidimati dal console Isidoro Sannia.

Non c'è statua di Gesù e di Santo che non abbia la sua aureola, a semplice cerchio o raggiata, di piccole o di grandi dimensioni, ma quasi sempre in argento e solo in qualche caso in oro. Attributo figurativo usato nell'arte sacra, non solo cristiana, per indicare la santità di un personaggio, essa consiste in un alone di luce che ne avvolge la testa o il corpo ed è il simbolo della luce divina soprannaturale, rivelata dal Salvatore ai discepoli sul monte Tabor: "E si trasfigurò davanti a loro; il suo volto divenne brillante come il sole, e le sue vesti bianche come la luce".

Tra il II e il III secolo i cristiani utilizzarono l'aureola per esprimere deferenza, ma dal IV secolo in poi venne adottata nell'iconografia cristiana per designare i personaggi di più elevato livello spirituale: dapprima solo Gesù, gli Angeli e la Vergine Maria, successivamente anche gli Apostoli e i Santi.

La tipologia di aureola a raggiera, utilizzata per le statue dei Misteri, presenta diverse varianti, riconducibili alle sfere degli ostensori in argento o in oro: raggi lunghissimi dispo­sti a fasci e terminanti a coda di rondine come nella statua di Gesù del gruppo La caduta al Cedron (sec. XIX); raggi fittissimi, a lingue di fuoco, nelle tre aureo­le di Maria, Maria Maddalena e Giovanni de La deposizione (1761).

A Gesù del gruppo L’Ascesa al Calvario è stata in passato destinata una piccola aureola formata da un anello d’argento con croce inscritta, circondato da raggi disposti a piccoli fasci distanziati, alternati per altezza e terminanti a coda di rondine: i tre segni a forma di croce sono il richiamo alla salvezza da Cristo compiuta con la passione, morte e resurrezione.

Questa aureola, oggi sostituita da un’altra d’oro, è la più piccola fra le aureole dei gruppi della processione ed una delle più antiche (sec. XVII).

Tre belle aureole ornano le statue di Maria, Gesù e Giovanni del gruppo La separazione, affidato agli argentieri. Le iniziali GP, impresse sull’argento, sono riferibili a Giuseppe Piazza, documentato dal 1752 al 1760, sicuramente un maestro molto stimato ed apprezzato dai suoi stessi colleghi che si rivolsero a lui per le aureole del proprio mistero, il primo nell'ordine processionale. Il maestro, nell’eseguirle, da prova delle sue riconosciute capacità tecniche ed espressive e apporta una variante alla tipologia dell’aureola a raggi articolando i bordi con un motivo trilobato di gusto rococò. L'iscrizione incisa in una delle tre aureole indica la data di esecuzione ed il nome dell'argentiere sotto il cui consolato furono realizzate: FATTI NEL 1767 IN TEMPO DEL CONSO­LATO DEL SIG. DOMENICO RIZZO A SPESE DELLARTE.

Lo stesso Piazza nel 1761, per la maestranza dei sarti, aveva eseguito le aureole di Maria, Maria Maddalena e Giovanni del gruppo La deposizione, dall’elegante raggiera tipicamente settecentesca, composta da piccoli, fitti fasci di raggi, di varia altezza ma disposti simmetricamente, ed inoltre l'aureola di Gesù, a semplice cerchio privo di raggi.

II gruppo La caduta al Cedron possiede l'aureola più grande (diametro mas­simo cm. 47): è formata da un largo anello decorato da cirri eseguiti a sbalzo, al quale è applicata un'ampia raggiera formata da fasci di raggi dise­guali ma simmetricamente disposti. L'anonimo argentiere che l'eseguì verso la fine del XIX secolo applicò sul cerchio un veliero di tipo settecentesco, simbolo della Marina grande, ossia dei naviganti, alla cui categoria il gruppo appartiene.

Il motivo decorativo dei cirri ritorna sull'aureola di Gesù del gruppo La sentenza, eseguita all'incirca tra il 1770 e il 1780, probabilmente dal­lo stesso console dell'anno, Antonio Daidone, come si deduce dall'assenza sul manufatto del marchio dell'argentiere.

Meno numerose sono le aureole a cerchio semplice, anche per il fatto che nei secoli successivi hanno talvolta subito l'aggiunta di raggi o l'inserimento di altri elementi, come l'aureola di San Pietro del gruppo La negazione (sec. XVII) che, originariamente a semplice anello, nel secolo scorso si è arricchita di raggi disposti a fascio, alternati ad elementi a mezzaluna.

Spogliato dei vestiti, Gesù, per scherno viene coronato di spine dai sol­dati di Pilato che lo salutano come “re dei giudei”. Seguendo l'iconografia con­sueta che vuole la corona di spine, simbolo della regalità beffata, formata da tralci intrecciati di una pianta spinosa della famiglia delle ramnacee (zizifus spina Cristi, o zizifus vulgaris o anche paliurus spina Cristi), gli argentieri trapanesi la creano intrecciando fili d'argento, in genere in numero di cinque, da cui fanno derivare, disponendole in manie­ra disordinata, spine appuntite.

Dalla coronazione fino alla ferita al costato la statua di Gesù reca infatti la corona di spine: per La coro­nazione di spine e L'ascesa al Calvario l’ha realizzata l’argentiere Michele Tumbarello, nella seconda metà del secolo XVIII, mentre Giuseppe Piazza, nello stesso periodo, ha eseguito quelle della Sentenza e dell’Ecce Homo. Ignoto è invece l'argentiere della corona di spine de La spoliazione, realizzata sul finire del secolo XIX.

Un corallaro trapanese del secolo XVIII ha interpretato le spine di una corona per Gesù che sale al Calvario, come piccoli pezzi appuntiti di corallo, applicati su di un anello. Stesso materiale è stato usato per un'altra corona, destinata alla stessa statua, donata nel 1991 dalla Saman.

Il genio popolare, desideroso di vedere la statua di Cristo risplendere d'ar­gento oltre che nell'aureola e nella corona di spine, si ingegna ad ornarla ancor di più con manette (La caduta al Cedron, La sentenza, L'arresto), o addirittura arricchendone il ve­stito con una cintura a fascia che riproduca gli effetti delle pieghe di una stof­fa tagliata a nastro e decorata con motivi floreali, come nel gruppo Gesù dinanzi ad Hanna.

Da L'arresto fino a L'ascesa al Calvario, tranne che dinanzi ad Erode, Gesù viene rappresentato con le mani legate. Pregevole opera settecentesca sono le manette del gruppo La sentenza, eseguite da Giuseppe Piazza e finemente lavorate a sbalzo e cesello con motivi decorativi tratti dal repertorio rococò (seconda metà del sec. XVIII); due semplici braccia­li (1796) a lamina liscia troviamo ne La caduta al Cedron (1796). La sola catena senza le manette si trova nei gruppi Gesù dinanzi ad Hanna, realizzata da Vincenzo Piazza (o Vito o Vincenzo Parisi) nella seconda metà del XVIII secolo, La negazione (sec. XX) e L'ascesa al Calvario (sec. XVIII). Agli inizi di questo secolo sono state realizzate le manette e la catena del gruppo L’Arresto, dal maestro trapanese Alfonso Graffeo, su disegno di Valentina Gucciardi.

Spade, sciabole, pugnali, lance, alabarde, armature, strumenti atti all'offesa e­ alla difesa, impreziosiscono i personaggi dei militari che fanno parte della scena.

Le armi, tutte manuali, si adattano alle esigenze estetiche ­dei secoli XVIII e XIX ed hanno la sola funzione di parata, tanto che le lame non sono taglienti e talvolta sono di legno. Le sciabole, le spade e i pugnali hanno impugnature d’argento, riccamente lavorate con la tecnica dello sbalzo e del cesello: la tipologia più ricorrente è quella a testa di leone o aquila.

Dalle attivissime botteghe dei Parisi, con due maestri dal nome Vincenzo (documentati dal 1756 al 1792 il più anziano, e dal 1792 al 1812 l’altro) e un Vito (*1758 +1823), dalla metà del XVIII secolo fino al secondo decennio del XIX, uscirono molti degli ornamenti di Misteri.

Sotto uno dei consolati di Antonio Daidone (1768, 1772), probabilmente Vincenzo sr. eseguì la catena del gruppo Gesù dinanzi ad Hanna, e sotto Dionisio Porrata (1771) i fregi, il pomolo e il puntale di bastone, l’elsa, la guaina e la bandoliera del gruppo La Sentenza. Ai pregi artistici questi oggetti associano l’importanza del marchio della città con le lettere CUD (Clarissima Urbs Drepanum) e del console del 1771, Dionisio Porrata (DPCol) che, per distinguere il suo consolato da quello del collega Diego Piazza usa Col (Consul), al posto della sola C.

Spada, guaina e bandoliera sono tre manufatti di pregevolissima fattura, che, collegati insieme, vengono applicati sulla statua del soldato che sta alla sinistra di Pilato nel gruppo La Sentenza: l’elsa è a testa di leone con folta cri­niera, finemente lavorata a sbalzo e cesello. Un'elsa a testa di leone, molto simile a quella de La sentenza si trova nel gruppo La flagellazione.

Particolarmente raffinata è la lavorazione del guar­damano dell’elsa de La sentenza, con superficie martellata e sbalzata a motivi floreali. Non meno pregevole è la guaina sulla quale prevale l'organizzazione ordinata e simmetrica dei motivi ornamentali, per la quale l'argentiere usa come elemento decorativo l'intreccio creato dal gioco di due cordoncini.

La bandoliera, fascia ad armacollo per appendervi l'arma, in lamina d'argento martella­ta, sbalzata e cesellata, è ornata da raffinati motivi vegetali e floreali, di gu­sto rococò, entro cui sono incastonate pietre vitree colorate: inoltre, lun­go tutto il bordo si sviluppa una fascia perlinata, motivo usato dallo stesso argentiere anche per la decorazione della bandoliera del gruppo Gesù dinanzi ad Hanna, datata 1818, come si ricava dalla sigla del console di quell'anno Gaetano Prinzivalli, GPC18, impressa su quest’ultimo manufatto sulla cui superficie si sviluppano, senza soluzione di continuità, due teorie di cerchi perlinati, sbalzati in positivo e in negativo, che si sovrappongono.

Nel 1814 L'ascesa al Calvario si arricchisce di una bandoliera da applicare alla statua dell'aguzzino che percuote Gesù con un flagello. E' formata da una fascia d'argento a bordi sbalzati tra cui si sviluppa, un motivo continuo di volute fogliacee: il gusto decorativo è ancora settecentesco, ma la stilizzazione cui è sottoposto mostra i segni del­l'incombente Neoclassicismo.

I soldati del gruppo La spoliazione portano delle cinture per sostenere la spada: anche qui l'argentiere che le eseguì dopo il 1826, come attesta il marchio con la testina di Cerere, adatta i motivi ornamentali barocchi alle nuove tendenze neoclassiche. Un manufatto simile si trova nel gruppo La flagellazione.

Nelle due spade de La spoliazione solo l'elsa e la punta sono d'argento: la loro decorazione consiste in motivi tratti dal repertorio barocco — volute, conchiglie, baccellature — sottoposti però ad un processo di stilizzazione di tendenza neoclassica. Le else, eseguite dopo il 1826, come dimostra il marchio con la testina di Cerere, presentano analogie con le impugnature dei più tardi pugnali de L'Addolorata: iden­tico è il motivo delle foglie lanceolate, mentre i baccelli delle spade diventano strigili nei pugnali. La tipologia di quest'ultimi, simboli del dolore di Maria, atroce come se fosse stato provocato dall'arma, ci rimanda a La deposizione: lo stiletto che Maria tiene sul petto, eseguito da Giuseppe Piazza, è datato 1761. L'impugnatura terminante a pomo è finemente decorata con motivi vegetali di gusto rococò ed una conchiglia fa da elemento di congiunzione tra la lama e l'impugnatura: l’oggetto reca impressa la sigla CCC del console degli argentieri del 1761, Carlo Caraffa, carica attestata anche dai documenti d’archivio.

Il tipo di arma più ricorrente è la sciabola con lama più o meno curva, convessa dalla parte del taglio, concava dalla costola: è destinata a Pietro nel gruppo Gesù nell'orto (1832-62), ai militari de La caduta al Cedron (sec. XIX), alle guardie che arrestano Gesù ne L'arresto (1908), al soldato del gruppo Gesù dinanzi ad Hanna (1928), ai due aguzzini e a Simone Cireneo de L'ascesa al Calvario (1755).

Ottavio Martinez fu l'autore nel 1755, IN TEMPO DI GIUSEPPE LI CAUSI, e sotto il consolato di Angelo La Monica, delle parti in argento di queste tre ultime sciabole, le cui else hanno la forma di una testa d'aquila dal lungo col­lo, dal quale sbalzano piccole penne, tipologia riscontrata anche negli stessi oggetti de La corona­zione di spine e La sollevazione della croce.

“Rimetti la tua, spada nel suo fodero”: questo è l'ammonimento che Gesù rivolge a Pietro il quale sta per colpire con la spada Malco, un servo del ponte­fice. Più che di una spada il manufatto del gruppo L'arresto (sec. XIX) ha la fog­gia di una scimitarra su cui è cesellato un aggraziato motivo floreale.

Fra le armi in asta troviamo alabarde e lance: lo sgherro del Sinedrio del gruppo La caduta al Cedron e il soldato del gruppo La sentenza, a destra di Pilato, reggono in mano un'alabarda; la prima è datata 1796 ed è opera di un argentiere rispondente alle iniziali CA, forse Antonio Caraffa, autore anche delle manette con catena dello stesso mistero e, nel 1796, del pomolo e puntale in argento del bastone de La caduta al Cedron; la seconda reca soltanto il marchio di Trapani con la sigla CUD.

Anche una delle guardie che arresta Gesù ne L'arresto tiene una lancia della quale, in origine (1858), solo la punta a spiedo era in argento; nel 1908 vi è stata aggiunta l'asta. Stessa aggiunta ha subìto nel 1988 la lancia del gruppo Ecce Homo, la cui punta era stata realizzata nel 1817 dall'argentie­re Giovanni Guarnotta sotto il consolato di Nunzio Venuto.

La lancia destinata al soldato del gruppo La negazione si distingue fra le altre per un particolare decorativo: un motivo di volute fogliacee cesellato sul collarino, sotto l'anello di congiunzione posto fra l'asta e la punta, e sul pomello dell'asta, in basso (fine sec. XIX).

Alcune statue sono provviste di bastone, elemento che nel passato indicava un personaggio militare autorevole, in genere con pomolo e puntale in argento come ne La caduta al Cedron: ne fu autore, nel 1796, l'argen­tiere rispondente alle iniziali CA, probabilmente Antonio Caraffa che realizzò anche le manette e l'alabarda dello stesso Mistero. Nel gruppo La coronazione di spine ritroviamo invece solo il pomolo in argento, decorato da un motivo vegetale (fine sec. XIX).

Più prezioso è il ba­stone de La spoliazione: tutto in robusta lamina d'argento è stato realizzato nel 1906 per conto dei bottai dello stabilimento vinicolo D'Alì e Bor­donaro, come indica l’iscrizione.

Altro ornamento che caratterizza le statue dei militari sono i pennacchi, per lo più realizzati agli inizi del '900 in sostituzione di piume variopinte che precedentemente ornavano gli elmi. Sono formati dal raggruppamento di penne in lamina d'argento, di varia grandezza, attorno ad un pomello.

L’inserimento di piume e pennacchi sulle statue dei militari dei gruppi processionali dei Misteri va da ricollegare all’uso spagnolo dei secoli XVI-XVIII di collocare nelle divise militari, fino all’esagerazione, piume e pennacchi colossali sui cappelli, sui morioni, sulle bardature dei cavalli.

I bottai furono tra i primi, fra le maestranze, a sostituire i pennacchi di piume del loro Mistero La spolia­zione con quelli d'argento. La data di tale sostituzione e il nome dell'argen­tiere si ricavano dalle iscrizioni poste sui pomoli: G.B. CATALANO FECE 1902.

Nel 1906 anche i metallurgici effettuarono la sostituzione nel gruppo L'ar­resto e, via via, quasi tutte le altre maestranze.

Originale è il pennacchio del gruppo La caduta al Cedron (fine sec. XIX) che si presenta come un trionfo di penne di varia dimensione, finemente eseguite in lamina d'argento a sbalzo e cesello, simile ad un mazzo di fiori, tanto da essere comunemente denominato “giglio”. Si differenzia per la disposizione in senso ascensionale delle penne che negli oggetti simili risultano invece cascanti dal pomolo.  L'assenza di marchi lascia ignoto l'argentiere che eseguì, con molta probabilità, anche le penne degli sgherri dello stesso Mistero: l'ottima fattura fa pensare ad un maestro di grande abilità tecnica, esperto nel rendere sull'argento la morbidezza e la mobilità delle penne.

Un pennacchio dalle lunghe piume d’argento, raccolte in una coppetta con aquila apicale, è stato aggiunto agli inizi del secolo scorso all’elmo con visiera, di tipo romano, della guardia che schiaffeggia Gesù con la mano ricoperta da un guanto d’argento (fine sec. XVIII-inizi XIX) nel gruppo Gesù dinanzi ad Hanna. L’elmo è datato 1861 nell'iscrizione che così recita: PER DEV.ne DEI VENDE FIORI.

Due militari, uno del gruppo L'ascesa al Calvario ed uno del gruppo Gesù dinanzi ad Hanna, hanno il busto protetto da una corazza d'argento: l'arma­tura del centurione che precede Gesù ne L'ascesa al Calvario è un manufatto di alto pregio artistico ed eccezionale fattura, opera di Michele Tom­barello realizzata al tempo di uno dei consolati di Angelo La Monica (1755 o 1765). Sulla lamina martellata il Tombarello sa infatti sbalzare con grande maestria volute fogliacee e grandi fiori, anemoni, margherite, tulipani. Sono quei fiori tipici dell'artigiano trapanese e che lo stesso Tomba­rello insieme con Vincenzo Bonaiuto, intorno alla metà del secolo XVIII, sbalza sul vestito della statua di Sant'Alberto del santuario dell’Annunziata di Trapani. Un'attenzione particolare Tombarello dedica inoltre, nella corazza, ai quattro mascheroni che pone sui due spallacci e sotto gli scolli, anteriore e posteriore.

Probabilmente, a questo pregevole manufatto, nel 1932, si ispirò per la corazza della guardia con guanto del gruppo Gesù dinanzi ad Hanna, l’argentiere Baldassare Indelicato che nello stesso anno fu autore anche del turbante di Hanna.

Il più noto fra tutti gli ornamenti dei Misteri è sicuramente quello che i Trapanesi chiamano “il balcone d'argento” del gruppo Ecce Homo; vi si affacciano Ponzio Pilato, Gesù ed un soldato. Simbolicamente sta ad indicare la presentazione che Pilato fa di Gesù al popolo pronunciando le parole Ecce Homo.

GIUSEPPE PARISI COSTRUÌ' E CESELLO' LANNO 1881: così recita l'iscrizione posta sul lato sinistro del balcone. Il maestro, discendente dalla famiglia Parisi, sceglie per la decorazione motivi a carattere fogliaceo sottoponendoli a quel processo di stilizzazione che il gusto neoclassico imponeva. Su questo manufatto è inoltre impresso un marchio con la sigla AC, inframezzata dal simbolo del saggiatore dell'argento. Come attestano documenti d’archivio alla realizzazione del balcone collaborò anche l’anziano fratello Gaetano che era nato a Trapani nel 1793.

In un tipo di rappresentazione che rievoca la passione e la morte di Gesù non possono mancare le croci, simbolo cristiano più diffuso e riconosciuto in tutto il mondo, ricordo della passione, morte e risurrezione di Gesù.

Nel 1751 il gruppo L'ascesa al Calvario si arricchisce di una grande elaborata croce, commissionata ad Ottavio Martinez, stimato e apprezzato argentiere che ricoprì più volte la carica di console. Realizzata sotto il consolato di Matteo Buzzo, risulta per fattura, eleganza e raffinatezza di ornato, una delle più pregevoli opere eseguite dalla maestranza degli argentieri trapanesi. Sulla lamina martellata Martinez lavorò a sbalzo e cesello, con grande maestria, orna­menti simbolici alludenti all'eucarestia: spighe che indicano il pane e grappoli d'uva che indicano il vino. All’incrocio dei bracci una cartella sagomata, reca un’iscrizione indicante i consoli della maestranza cui il mistero era affidato: OFFIC. MAGG. VITO SCARPITTA OFFIC. MIN. MICHELE GIGLIO - FRANCESCO GRADO - SALVO CANINO - FATTA. AN.1751.

La qualità d'esecuzione, particolarmente alta, induce a reputare Ottavio Martinez un artista di eccellenti capacità tecniche ed espressive e a considerare l’opera come una delle più pregevoli dell’arte argentaria trapanese.

AD USO DEL GRUPPO “LA SPOLIAZIONE” nel 1990, LA MAESTRANZA TESSILI E ABBIGLIAMENTO ha fatto realizzare dall'argentiere palermitano Antonio Amato, una croce in lamina d’argento, su PROGETTO GRAFICO DI ANNA MARIA VARIO.

Prima di pronunciare La sentenza di morte per Gesù, Pilato si lava le ma­ni innanzi al popolo, proclamando pubblicamente la sua innocenza. Simbolo di questo gesto è un bacile realizzato in argento e rispondente alla tipologia dell'oggetto largamente diffusa nel '700, sia per uso liturgico che domestico. Ha forma ellittica, sagomata da profonde ondulazioni e segna­ta da nervature; l'impostazione e la sagomatura sono di chiaro gusto rococò. La cifra 94, impressa accanto alla sigla del console Michele Caltagirone, indica l’anno di realizzazione, il 1794, lo stesso in cui Vincenzo Martinez eseguì l’aureola di Gesù del gruppo Il trasporto al sepolcro.

Non ben identificabile l'autore del bacile, dalle iniziali GC riferibili a più maestri attivi sul finire del secolo XVIII; a questo oggetto si ispirerà più tardi, nel secolo XX, l’argentiere che realizzerà quello della Lavanda dei piedi, che con la brocca forma un servizio da lavabo. La marchiatura consiste nel bollo con la testina di Cerere, usato in Sicilia dopo il 1832, nella sigla GCC, riferentesi al console, ed in un bollino con simbolo non decifrabile, forse un fiore.

Anche le cartelle delle croci con la scritta INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudeorum) sono d'argento. Quella posta sulla croce de La ferita al costato reca la sola “bulla” di Trapani e rivela un gusto barocco; quella de La deposizione è marchiata con la sigla NV79, da rifere a Nicola De Vita che la vidimò nel 1679.

Sono stati indicati in questo testo gli oggetti in argento più significativi sia dal punto di vista storico e artistico, che documentario e simbolico ma numerosi altri manufatti, anche se privi di marchi o di documentazione assolvono alla funzione di ornamento o di simbolo: a questi vanno aggiunti gli oggetti devozionali e i numerosi gioielli in oro, offerti da devoti ai sacri gruppi nel corso della lunga storia della processione, fino ai nostri giorni.

Né vanno dimenticati gli abitini, ossia i medaglioni argentei che riproducono il gruppo e vengono indossati al collo dei processionanti.

Lina Novara

Nota Bibliografica

Negli anni 1989 e 1990 ho avuto il privilegio, con Annamaria Precopi Lombardo, di esaminare i manufatti inediti, in argento, dei sacri gruppi dei Misteri di Trapani. I risultati di tale studio sono pubblicati nel volume: AM. Precopi Lombardo – L. Novara, Argenti in processione. I Misteri di Trapani, Marsala 1992.

Per le schede degli ornamenti dei Misteri, citati in questo testo, si rimanda al Catalogo degli argenti compreso nel citato volume (L. Novara, Catalogo degli Argenti, pp. 29-219), nel quale si veda anche: L. Novara, Stili e forme nell’oggettistica dei Misteri, pp. 31-39.

Per la storia dell’argenteria trapanese si rimanda a: Argenti e ori trapanesi nel Museo e nel territorio, a cura di AM. Precopi Lombardo e L. Novara, Trapani 2010, che contiene anche la bibliografia precedente, i profili degli argentieri trapanesi indicati in questo testo (AM. Precopi Lombardo, R. III, pp. 107-139) e i marchi di consoli e argentieri (AM. Precopi Lombardo R. I, pp. 69-77; L. Novara, R. II, pp. 79-106).