Un tratto peculiare dei riti della Settimana Santa trapanese è il suono della ciaccola, lo strumento ligneo che regola il trasporto delle vare e scandisce i tempi dei percorsi processionali. Attraverso il suo scuotimento, la ciaccola imprime ai portatori dei gruppi l’ordine di sollevare o abbassare una vara.  Viene scossa due volte all’atto del sollevamento, una sola volta per abbassare la vara.

L’utilizzo della ciaccola, che tecnicamente impiega lo stesso principio delle nacchere e delle castagnette, si ritrova spesso nei riti pasquali della Sicilia, seppur con altri nomi e con forme e tipologie costruttive simili: troccola, scattiola, ribattina, raganella, battola, tabella. La terminologia che designa questi strumenti in Sicilia è piuttosto confusa e spesso lo stesso termine indica varietà differenti. Secondo la classificazione organologica di Sachs e Hornbostel (1914) fondata sulla distinzione del modo di produzione del suono, la ciaccola rientra nella famiglia degli “idiofoni”. Con questo termine si raggruppano tutti gli strumenti fatti di materiali naturalmente sonori che producono un suono mediante la vibrazione, il raschiamento, lo scuotimento del corpo stesso dello strumento.

Bonanzinga, in uno studio organologico riguardante la Sicilia, inserisce la ciaccola tra gli idiofoni “a percussione reciproca” (1995: 43). Essa consiste, infatti, in due tavolette rettangolari, collegate mediante una cordicella ad un nucleo centrale rigido, costituito da una terza tavoletta prolungata in modo da formare un manico.

Il suono è prodotto da una vibrazione nata da un semplice movimento di polso che fa così oscillare e scuotere le due parti mobili su quella fissa.

Il termine ciaccola, dal punto di vista linguistico, è chiaramente onomatopeico, in quanto riproduce il suono prodotto dallo strumento. Per quanto riguarda le origini, l’uso di strumenti di legno simili alla ciaccola è attestato sin da epoche remote in alcuni riti religiosi e funebri dell’antico Egitto e della Grecia (culto di Iside e Osiride, orazioni funebri). Oggi possiamo ammirare soltanto alcuni sistri in metallo recuperati negli scavi archeologici in alcune tombe. È evidente l’analogia nelle dimensioni, nella forma e nelle funzioni con la ciaccola in uso a Trapani: di certo tali strumenti venivano adoperati come segnale di transizione con funzione apotropaica e propiziatoria per il defunto che iniziava un nuovo percorso dopo la morte.

Si tratta di uno strumento povero, semplice, di facile manifattura, in grado di produrre un suono grave, cupo, martellante, stridulo e fastidioso. Proprio per questo la ciaccula era probabilmente uno degli strumenti utilizzati nel corso dei riti pasquali. Come accadeva in tutta la Sicilia, in Italia e in Spagna, anche a Trapani durante la Settimana Santa e fino alla veglia di Pasqua, nelle tre antiche parrocchie (S. Pietro, S. Nicola e S. Lorenzo), si legavano le campane in segno di lutto e si oscurava l’interno della chiesa. Gli strumenti in legno venivano usati al termine dell’Ufficio delle Tenebre e durante tutto il Triduo pasquale per evocare il fragore della terra su cui scesero le tenebre dopo la morte di Cristo. Nel buio che avvolgeva le chiese, il tacere dei bronzi testimoniava il particolare periodo di cordoglio e meditazione che doveva preparare lo spirito dei fedeli all’esultanza della Resurrezione segnalata dalla calata da tila e dal suono festoso delle campane appena slegate. Nel siracusano si dice ancora che “lu venniri santu è di lignu la campana” a testimonianza dell’opposizione bronzo/legno corrispondente al contrasto tra tempo festivo e tempo di lutto. A Trapani durante il Giovedì Santo molto atteso era il momento della deposizione dell’Eucarestia nel Santo Sepolcro, il ricco altare che ancora oggi viene preparato e adornato per l’adorazione: non appena si chiudeva l’Ostia consacrata, al suono di una tabella, chiamata troccula, in chiesa calavano le tenebre (Mondello).

I crepitacoli in legno, secondo la prescrizione liturgica, si usavano quindi in sostituzione di campane e campanelle per segnalare l’imminenza dei riti e scandirne lo svolgimento sia all’interno delle chiese sia durante le processioni. A Trapani i sacrestani di quelle antiche chiese, si diceva, che andavano a ciacculiari, cioè giravano, con delle grosse ciaccule, per i vicoli della città murata, ad annunziare ai fedeli l'inizio delle cerimonie religiose e per questo erano anche detti ciacculeri. In altre località siciliane a scandire i momenti dei riti religiosi era invece la troccula, una tavoletta rettangolare di legno con un foro che serve da impugnatura e munita di due maniglie snodate di ferro che si suona facendo muovere il polso velocemente con un movimento semicircolare. I ragazzini a gruppi facevano il giro del paese per annunciare l’inizio delle funzioni religiose tenuto presente che il campanile doveva tacere. In molti centri permane la consuetudine di “chiamare” i fedeli a visitare i sepolcri attraverso particolari formule alternate al suono di tamburi, crepitacoli o trombe.

L’eco della ciaccola inizia a risuonare tra le vie del centro storico trapanese già dal Martedì Santo con l’uscita della Madre Pietà dei Massari e continua per tutta la Settimana Santa nel corso delle varie processioni che si svolgono in città. Senza dubbio però uno dei colpi di ciaccola più emozionanti è il primo, quello dell’uscita, quando alle 14 esatte del Venerdì Santo un suono di ciaccola rapido e deciso, quasi a indicare il desiderio di dare subito avvio alla processione, ordina il sollevamento del gruppo A Spartenza. E ancora, il Sabato Santo, con l’entrata in chiesa del simulacro dell’Addolorata, sarà l’ultimo colpo di ciaccola, il più lungo e triste, a suggellare la fine della processione e di quel giorno di passione tanto atteso e amato dai trapanesi.

 

 

Il testo è stato elaborato e concesso gentilmente da Pasquale Gianno, autore del volume “La Musica dei Misteri - Bande, canti e suoni nella Settimana Santa a Trapani”, Edizioni Drepanum, Trapani 2017.