XII gruppo " La Sentenza " ceto Macellai

 

 

 

Benchè convinto dell’innocenza di Cristo, Pilato cede alle insistenze della folla che accusa Gesù di essersi proclamati re dei Giudei; ma prima di pronunziare la sentenza e di consegnarlo ai carnefici che lo condanneranno a morte, si lava le mani dinanzi al popolo dicendo: “Io sono innocente del sangue di questo giusto.”

Anche i beccai e i bucceri, mossi da profonda devozione, chiesero di condurre in processione un loro mistere. Contrastati dai molitori, ai quali si unirono gli orefici ed altre maestranze (che li ritenevano impuri per maneggiare sangue animale), i beccai e i bucceri dopo anni di cause civili la spuntarono ed ottennero il mistere con “l’innocente Signore ingiustamente condannato a morte da Pilato”. Conseguita liberatoria sentenza, nel 1772, i consoli riuniti nello studio di Matteo Rosselli, incaricarono Domenico Nolfo a costruire il proprio mistere. Quel console che scelse siffatta scena evangelica accostò idealmente il patimento di Cristo e l’accusa di Misandro (figura sostituita con un soldato romano) e di Nizech, con la similare ingiustizia sofferta da beccai e macellai a causa dei ceti osteggianti nell’aver loro negato e contrastato il titolo di maestranza. Nel 1787, curiosamente il notaio Ignazio Cosenza c’informa sulla cappella del mistere posta nella chiesa di S. Michele frontalmente a quella dei molitori e loro mistere, quasi fosse tale posizione un ammonimento a non riaccendere rancori e litigi e per rafforzare il solidale consorzio tra le maestranze trapanesi. Con la scoperta di questa scrittura decade l’affermazione di taluni sulla concessione del mistere a quest’arte tramite scrittura di Saverio Cognata del 28 febbraio 1782.

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